Una strana coppia, lui solo con gli adorati sci, lei sempre con le ciastre (non ho mai imparato a sciare), ma con alle spalle tante sci-ciaspolate insieme e pronti a una nuova avventura. Un libro, il testo sacro dello scialpinismo in Val Maira, “Charamaio” di Bruno Rosano. Fresco, ma non freddo per essere inverno, condizioni della neve pressoché ottimali. Certo, noi speriamo ne scenda ancora, ma se non altro adesso il rischio valanghe è di grado 1 e si possono fare molte gite in sicurezza. La voglia di partire e di farcela le abbiamo, l’allenamento c’è, le gambe girano bene e allora, si va! “Le 5 cime di Marmora”, suggerisce Bruno nella sua guida, la passione che abbiamo per queste montagne le farebbe diventare anche 6, 7, 8… una dopo l’altra, ma la gita è già abbastanza lunga e impegnativa così, perciò ci concentriamo sugli obbiettivi del giorno! Partiamo da borgata Tolosano (comune di Marmora, CN) alle 8:30 del 5 gennaio, forse un po’ ottimisti, ma è sempre dura alzarsi dal letto quando fuori è ancora buio. Iniziamo la gita percorrendo la strada, che in inverno è chiusa al transito e solitamente innevata, che sale verso il colle d’Esischie: un po’ monotona, ma comunque piacevole perché si snoda nel bosco e in salita è utile per scaldare i muscoli. In prossimità del lago Resile, che rimane dalla parte opposta rispetto alla strada, si abbandona la carrabile e si inizia a risalire il pendio in direzione del monte Pelvo, costeggiando poco più in alto un ultimo tornante. Abbiamo sempre nello zaino la cartina, anche questa di Bruno, in cui sono indicate le gite scialpinistiche. Tuttavia, come si fa di solito, sfruttiamo una traccia esistente di sci, che presto si rivela fatta non proprio a regola d’arte; Ale riesce a leggervi che forse questi non erano proprio sciatori provetti, difatti a un tratto la pista si interrompe e le tracce rivelano una “via di fuga” in discesa attraverso un bel valloncello di neve farinosa. A quel punto ci troviamo un po’ spostati a sinistra rispetto al tracciato indicato dalla mappa, va bene lo stesso, ma arriveremo in cresta al colletto tra il Pelvo e il Sibolet. Ci siamo fatti ingannare e, in definitiva, la salita al Pelvo l’abbiamo battuta noi. I ciaspolatori lo sanno che una sola traccia di sci non è di particolare aiuto per il poveretto che segue sulle ciastre… ma non mi perdo d’animo e salgo con calma per non affaticarmi, godendomi lo strepitoso paesaggio.

Arriviamo sulla prima vetta alle 12:30. Sono tante 4 ore, ma sembrano essere volate. Dal Pelvo al Monte Sibolet è un attimo, si scende e si risale poco per una larga e comoda cresta innevata. Poi occorre traversare fino alla Punta Tempesta, più lontana, la vetta più alta di tutto l’anello coi suoi 2679 metri, dove incontreremo l’unica persona della giornata, già con gli sci ai piedi per scendere.

Il Monte Tibert invece, in bella prospettiva aerea di fronte a noi, è un brulichio di gente che va e viene ma, visto l’orario, più che altro si accinge a ritornare alla base! Sono le 13:50 e ci fermiamo sulla Tempesta per sgranocchiare qualcosa. Senza perdere troppo tempo, ripartiamo per il Monte Tibert, scendendo un canalino piuttosto ripido. La neve è un po’ marcia a quel punto della giornata, ma si tratta di scendere poco e poi traversare, su neve più compatta, puntando al colle Intersile Sud, dove si vede la palina indicatrice. Da lì facilmente si giunge in cima al Tibert tramite la cresta ben battuta dai tanti frequentatori. Alle 15 siamo pronti a ripartire anche dalla quarta vetta. Ora manca la parte più dura della gita.

Torniamo verso il colle Intersile e, appena possibile, scendiamo nel vallone omonimo verso il lago Tempesta, completamente innevato e non visibile, che raggiungiamo con un traverso e una breve risalita piuttosto ripidi. La neve nel vallone, che in quel momento è completamente in ombra, contrariamente a quanto ci aspettavamo risulta “vetrosa”, la superficie a tratti luccicante che pare di camminare sul cristallo. Dal lago Tempesta ci attende una ripida risalita di circa 250 metri verso la cresta che porta alla cima La Piovosa. Quello che in questi casi mi aiuta a progredire con maggiore velocità e decisione è il non vedere sotto di me salti di roccia. Per fortuna, a parte un brevissimo tratto sulla cresta del Pelvo, questa gita ne è priva. Perciò, se da un lato scalo il malefico pendio con una certa determinazione, dall’altro immagino con che cuore e che forza potrei risalirlo tutto nel caso ruzzolassi fino in fondo a causa di una scivolata. Perciò, come sempre, presto la massima attenzione e pondero i passi dove la neve è meno portante, con frequenti richiami di Ale che mi mettono una certa agitazione “dove vai, non passare di lì, è troppo ripido, stai attenta”. Lui ha messo i coltelli negli sci, io nello zaino ho i ramponi, ma con le mie ciastre non ho bisogno di indossarli perché hanno una buona presa sulla neve, anche se certe rughe mi ricorderanno l’espressione sul volto come a dire “Quando finirà questo pendio?”. Ma, una volta raggiunta la cresta, tra le sole orme di camosci, che gioia indescrivibile veder spuntare la croce di vetta! O meglio, la rosa dei venti con le quattro colombe della punta La Piovosa!!! E’ come una mano tesa che ti aiuta negli ultimi passi per arrivare in cima, talmente bella così stagliata contro il cielo terso che sembra di sentir suonare le campane a festa!

Ora so che, poggiato il piede sull’ultima vetta, le fatiche sono terminate. Conosciamo bene quel percorso e prego Ale di scendere dalla via normale che passa dalle Grange Oliveto, piuttosto che accorciare per il canalone nord ovest, sebbene lo conosca perchè salito l’anno scorso, ma non sapendo in che condizioni si trova, mi voglio rilassare con una discesa più dolce! Arriviamo sulla cima accarezzata dagli ultimi raggi del sole. Sono le 16:50. Uno spettacolo quasi commovente! Le cime dei monti innevati sono infuocate da quella meravigliosa luce dorata che precede il tramonto, l’aria si fa gelida e anche fare foto diventa più difficile, le mani iniziano a dolere. Sono quei momenti che vorresti far durare più a lungo, ma sai che sono tanto belli quanto effimeri e se non ti sbrighi ti toccherà tornare al buio. Il sole sparisce in breve dietro ai monti e noi cominciamo a scendere accompagnati dalla luce arancione proiettata contro i loro profili scuri.

Ale si diverte come un bimbo ora. E’ l’ultima discesa e, compiendo ampie curve con gli sci, prolunga il suo percorso il più possibile. A me invece tocca come sempre tirare dritto, ma quando trovo la neve morbida mi diverto pure io. Il cielo ora è diventato rosa, ma proprio rosa confetto, mi giro e vedo la luna dietro di me, poco più che mezza, brilla già forte dalla parte opposta del cielo, che invece è di tonalità blu-viola. È sensazionale, negli ultimi minuti abbiamo goduto di una girandola di colori emozionante, ma la scena dell’arrivo sulla Piovosa al tramonto resterà certamente a lungo nei nostri occhi. Ormai scende la sera, ma non servono le pile frontali, perché il candore della neve riesce a guidare il nostro percorso, che cercheremo di accorciare con dei divertenti tagli una volta tornati sulla strada del colle d’Esischie. Mentre seguo Ale tra i larici, all’improvviso ho come l’impressione di vedere accendersi degli immaginari lampioni. È la luna, che proietta la mia ombra sulla neve davanti a me, mentre il bosco si anima di magiche suggestioni. Arriveremo così a Tolosano con le stelle, dopo dieci ore di gita e 1600 metri di dislivello. Domani è l’ultimo giorno in questo nostro paradiso, questa gita ha coronato degnamente il breve periodo da sogno passato qui, tra le montagne che sono la nostra casa, adesso ci aspetta una gustosa e meritata cena al caldo della stufa e un bel sonno ristoratore, che sarà accompagnato dalle sensazioni adrenaliniche di questa splendida giornata!

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