Esiste un luogo nel quale siamo stati felici. Un luogo remoto e antico, dove risuonavano risate e la spensieratezza riusciva talvolta a farti quasi scordare il tuo nome. Un gruppo raccolto di case addossate l’una all’altra per tenersi caldo nei rigidi inverni, un minuscolo paese mezzo crollato, dove approdai in una grigia giornata d’inverno, tra turbini di nebbia e di pioggia. In casa si gelava: ci scaldava un sentimento appena nato e la voglia di condividere semplici momenti insieme nonostante, pur appiccicati alla stufa, a tratti ci separava il vapore degli gnocchi appena versati nel piatto, tanto era fredda la stanza. Fuori, una pioggerellina insistente non lasciava intravedere nulla, se non le gocce che penzolavano dal pergolato mentre le ultime foglie di vite ingiallite cadevano giù appiccicandosi al suolo. Era una casa modesta, dagli spessi muri irregolari, coi soffitti bassi di legno e troppe cose che stonavano, dai pavimenti ricoperti di cemento pitturato di guaina ai mobili di recupero in compensato, la cucina di formica gialla, le secche gambe di ferro di un tavolo sgangherato e una tendina messa a mò di tovaglia su una vecchia cassapanca annerita.

Certo non osavo commentare quello che era il luogo del cuore di Alessandro. Era stato lui, poco più che adolescente, a impuntarsi e pestare i piedi quando l’anziano proprietario decise di vendere la casa dove passavano le vacanze in affitto: i suoi cedettero ai suoi capricci e l’acquistarono. Il pavimento del solaio, forse un tempo adibito a secchereccio per via delle pareti incrostate di fuliggine, era caratterizzato da uno spesso strato di detriti misti a gusci di castagne, ovunque erano appoggiate conche e pentole per raccogliere l’acqua che colava sconsolatamente dai punti deboli del tetto e l’odore generale tradiva la presenza dei padroni indiscussi di quel regno buio e polveroso: dei ghiri furbetti dagli occhioni rotondi. Li sentivo, sopra la mia testa, la mattina d’estate quando andavo in bagno, a ridacchiare tra loro mentre dispettosi si rincorrevano sui travi, già provati dalla presenza di capricorni che tenevano solenni concerti di rosicchio dal mattino alla sera, scavando gallerie nel legno che minacciavano la stabilità del tetto.

A quell’abitazione, che molti avrebbero rifuggito, abbiamo dedicato dieci anni della nostra vita, con crescente amore ed entusiasmo. Con il mio arrivo, iniziammo a gettare quei brutti mobili che non avevano nulla a che vedere con l’anima della casa, recuperando i pezzi più interessanti e acquistando nel tempo oggetti e arredi da alcuni antiquari, che non di rado restauravamo da noi. La casa acquisiva poco alla volta personalità mentre noi, dopo ogni lavoro portato a termine, contemplavamo estasiati il nuovo pezzo finito o la nuova disposizione delle cose, uno a fianco all’altra, compiacendoci del nostro operato per diversi minuti.

Se non eravamo in montagna, eravamo lì, nel nostro nido. Con qualunque tempo, con la pioggia forte, con la neve, con il ghiaccio e senza acqua corrente. Perché d’inverno l’acqua non c’era, i tubi che la portavano dal piccolo rià venivano staccati per non farli spaccare dal gelo. Era allora che si vedevano i valorosi: quelli che salivano lo stesso e passavano il fine settimana con la grossa tanica riempita al ruscello per lavare le mani, il viso, i piatti con l’ausilio di pentole e mestoli e con l’aiuto reciproco, l’acqua messa a scaldare nel bollitore appoggiato sulla stufa a legna.

D’inverno non c’era mai il sole, perché il borgo era sprofondato in una gola boscosa poco sopra il ruscello che ti cullava intonando sempre lo stesso canto, talvolta più calmo, a volte più agitato. Nell’unica ora di sole, nei mesi da dicembre a febbraio, dovevi sperare che fosse una giornata serena per vedere i suoi raggi, che tuttavia non scaldavano neanche un poco. Ma, in compenso, nella stagione fredda illuminavano gli interni con una luce soave. La stufa, nella saletta di ingresso, era l’unica fonte di riscaldamento, ma era impossibile scaldare quella casa dalle tante stanze, con quei muri spessi e le vecchie finestre piene di spifferi. Al mattino, alzarsi dal letto era un’impresa eroica. Colazione si faceva quasi a cavalcioni di un vecchio calorifero elettrico. Ma a noi piaceva quel mondo così rustico e avventuroso.

Se l’inverno era dominato dal silenzio, come se il freddo fosse in grado di congelare anche i suoni della natura, la primavera portava con sé i canti dei cuculi e i versi dei caprioli. Qualche volta potevi scorgerne uno nel bosco di fronte, una macchia fulva nella linea dei pali della luce, l’unico punto senza alberi, dove pure ci piaceva recarci per ammirare il paesino nel suo insieme. I cinghiali si avvicinavano per grufolare intorno alle case, i ghiri più arzilli che mai si affaccendavano tra i rami dei noccioli, qualche volta in compagnia di rari scoiattoli. Anche il tasso una sera si presentò sotto casa, mentre scrollavo la tovaglia dal terrazzo. Mi piaceva scrollare la tovaglia la sera, era un modo mio speciale per salutare le stelle prima di andare a dormire, mentre sulla vite e sull’abete soffiava sempre una certa arietta da nord.

Non c’era vista dal paese, ma avevo imparato a guardare il mondo dal basso verso l’alto, certi tramonti dalla luce dorata ti facevano restare a bocca aperta con il naso all’insù, verso il Monte Duso, col suo profilo tondo e rassicurante. Il sottofondo era quel fruscio dell’aria che muoveva dolcemente le chiome degli alberi, che rigirava le foglie dei salici risaltandone l’argento, lo scorrere del ruscello pochi metri sotto casa; persino il gorgoglio fuori tempo del troppopieno, un buco dove andava a sfogarsi il tubo proveniente dai vasconi dell’acqua, era una piacevole compagnia. Era bello sentirlo borbottare, perché significava che iniziava la primavera e, grazie all’acqua, avremmo potuto fare molti più lavori. Ma chi non mancava mai, era l’allocco. A qualunque ora del giorno e della notte, lo potevi sentire nascosto da qualche parte nel bosco di fronte, col suo tremolante u-u-u-uh. Era lui il pezzo forte della colonna sonora.

Quel luogo aveva un sacco di difetti, ma noi amavamo quella quiete e quel silenzio che, ero certa, non avrei mai più trovato da nessuna altra parte. Facevamo progetti e sognavamo in grande, si potrebbe fare questo e si potrebbe fare quell’altro, ma ci sentivamo un po’ piccoli di fronte a troppe cose da affrontare noi due soli.

La sera d’estate ci piaceva stare sotto il pergolato a giocare a carte, cirulla, burraco, me li ha insegnati Alessandro. E chi più abile, chi più fortunato, si vinceva a turno mentre lo sconfitto si arrabbiava come se avesse perso una puntata al casinò. Capitava che prima di andare a dormire chiedessi ad Alessandro di fare il giro dei misci (dei poveri), cioè percorrere la strada fino a un paio di curve oltre le case, circondati dal buio totale e dalle lucciole che ci incantavano coi loro volteggi a intermittenza, sempre all’erta nel timore di imbatterci in qualche cinghiale, ogni fruscio nel bosco mi faceva sussultare. C’è gente che non è mai paga di girare il mondo o di trastullarsi in luoghi di charme, ma sono questi per me i momenti unici e preziosi che conservo come ricordi migliori. Le sere più fresche di autunno, avevamo preso l’abitudine di metterci a letto con un libro sulla Valbrevenna che, una sera per uno, leggevamo ad alta voce come si fa per raccontare le fiabe ai bambini. Alla lettura si alternavano attimi di pausa e sguardi reciproci quando qualche frase catturava la nostra attenzione e curiosità. Non smettevamo mai di domandarci quanti anni potesse avere quella casa, piuttosto rimaneggiata, ma con ancora degli elementi caratteristici che cercavamo in ogni modo di far risaltare.

Potrei raccontare ancora dei bagni nei laghetti e dei capodanni in cui salivamo a piedi sul Monte Antola per la mezzanotte, del nostro girovagare tra sentieri e ruderi fantasticando sul loro recupero, delle scorte che facevamo al panificio di vallata, enormi sacchetti di ottima focaccia e pane e qualche volta la loro tipica torta di mele, le serate in casa dei nostri vicini con la scoppiettio della piccola stufetta, a chiacchierare davanti a un caffè o un limoncello, il nostro muretto degli aperitivi, dove ci sedevamo con un bicchiere di birra e qualche bocconcino sfizioso alla fine di una giornata stancante o dove mi sdraiavo per asciugarmi i capelli con gli ultimi raggi del sole, beandomi nella calma della sera.

Ogni piccolo momento che abbiamo vissuto tra quei monti e soprattutto in quella casa può sembrare magari insignificante, ma era per noi tanto grandioso, perché aveva il profumo della libertà, e anche di una dolce ingenuità, destinata in qualche modo a sbiadire col passare degli anni. Difatti, a volte nella vita avvengono delle svolte che spezzano la continuità di molte cose che si danno per scontate, facendoci allontanare dalla strada percorsa fino a quel momento e che ritenevamo l’unica possibile. Fu così che un giorno, a seguito di un periodo molto buio e tormentato, una rabbia incontenibile mi fece desiderare di andarmene e cambiare vita, perché a chi è capace di riscattarsi dal dolore con nuovi interessi e passioni, la vita riserva ancora tanta bellezza. Ci trovammo a fantasticare su progetti e sogni diversi, allontanandoci dalla nostra casetta tra i boschi, che tanta pace e serenità ci aveva donato.

Iniziando a frequentare assiduamente la montagna, una vera medicina per le nostre ferite, si fece spazio la consapevolezza che la casa sarebbe rimasta a lungo chiusa e silenziosa. Ma quel tipo di casa non poteva restare abbandonata a se stessa, aveva bisogno di cura e dedizione come avevamo provato a prestarle in tutti quegli anni, fu così che Alessandro decise di venderla.

Non è stato quello un periodo semplice. Da un lato l’incombenza di portare via tutte le nostre cose care, i viaggi avanti e indietro, la stanchezza, la fatica. Dall’altro l’amarezza nell’abbandonare quel luogo, la casa, così come le persone che ci volevano bene o con cui eravamo entrati in contatto di recente per fare progetti insieme sulla Valle, insomma lo consideravo una sorta di tradimento. Io, dopo dieci anni, in quel periodo ripresi a fumare per il nervoso e l’agitazione. Quando andavamo sù, ormai non più per starcene tranquilli, ma per selezionare le cose da portare via, mi crogiolavo in quel silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal vento che accarezzava le foglie del noce a fianco alla finestra della camera, sapevo che quel silenzio non sarebbe mai più stato lo stesso, sapevo che non l’avrei più ritrovato. Perché sono convinta che ogni luogo abbia i propri suoni, rumori, odori, colori… e anche i suoi silenzi, che non possono essere uguali altrove. Dove avrei ritrovato, poi, il mio allocco? Quello era l’unico posto dove l’allocco cantava senza distinzione del giorno e della notte, cosa che ai miei occhi lo rendeva ancora più remoto e isolato dalle brutture del mondo. Quelle volte, le ultime volte, mi sdraiavo sul lettino della stanza più luminosa e rimiravo il soffitto, quei vecchi travi scuri tutti differenti tra loro. Quelle imperfezioni sublimi che avevo imparato ad amare. E mi logoravo dentro.

Non è passato poi molto tempo dall’ultimo fine settimana in quella casa. Dovevamo finire un po’ di cose, ma all’ultimo momento ad Alessandro sopraggiunse un impegno di lavoro fuori città. Così rimasi sola, in un doloroso e angosciante mutismo per tutta la giornata, ascoltando le melodie malinconiche di Enya, un album che mi riportava fra l’altro a un periodo analogo della mia adolescenza. Ascoltavo il ruscello e il vento tra le fronde dell’abete, il gorgoglio del troppopieno. Tutto sembrava volermi dire qualcosa, davvero te ne vai? E ci lasci così? Anche l’allocco non poteva starsene zitto e, soprattutto al sopraggiungere del buio, col suo u-u-uh tremolante, affondava sempre più il coltello nella piaga, facendomi presente che lui non mi avrebbe seguito, ma avrebbe continuato a starsene nei suoi boschi ombrosi e umidi come in una fiaba dalla quale non si può uscire, perché lui deve stare lì a raccontarsi e farsi raccontare. Ero io che invece, voltando le spalle, sarei uscita da quella magia di cui negli anni mi ero circondata.

Quando Alessandro tornò, tardi nella notte, in quel buio che facevo sempre fatica a lasciare anche per andare a letto, tanto che volevo essere io a scrollare la tovaglia dopo cena o chiedevo di fare il giro dei misci tra le lucciole, gli chiesi di fermarsi un attimo. Di restare un momento ad ascoltare il vento, a guardare le nuvole che correvano nel cielo giocando a nascondino con la luna e, riattaccando la triste colonna sonora con cui per tutto il giorno mi ero tormentata, ci stringemmo in un abbraccio, piangendo silenziosamente.

Quella sera la casa era muta e vuota. Sgombera di oggetti, di progetti, di sogni e di felicità. Stavamo abbandonando per sempre il nostro luogo speciale. Non ci siamo pentiti della scelta, forse siamo cambiati noi, forse era necessario cambiare. Ma talvolta, per inseguire alcuni sogni, è necessario anche saper dire addio.

Da qualche mese siamo andati via dalla città e non siamo ancora tornati in valle a rivedere la casa, che sappiamo essere in buone mani. Ogni momento che possiamo siamo in montagna, dove ci sentiamo pienamente noi stessi. Ma viviamo altrove in campagna e con inesauribile entusiasmo ci siamo nuovamente rimboccati le maniche, mettendoci all’opera per coltivare progetti e propositi che da molto tempo ci sarebbe piaciuto realizzare. Piano piano speriamo di vederli concretizzarsi.

L’abbandono della nostra casetta e l’addio alla città (quest’ultimo affatto doloroso), così come il nostro trasferimento nella casa natia di mia mamma nel Levante ligure, fanno parte di una soluzione a lungo studiata e ponderata. La casetta dei ghiri e degli allocchi resterà per sempre nel nostro cuore e in quello di coloro che insieme a noi la hanno amata o apprezzata, anche solo per un istante. Del resto, varcandone la soglia, non si poteva restare indifferenti a tutto l’amore che vi avevamo riversato e che prendeva vita in ogni dettaglio.

Adesso, i suoni della nostra piccola casa qui in campagna, circondata da uliveti appena alle spalle del mare, sono quelli del picchio verde e della civetta. Le poiane, poi, sono le regine indiscusse del cielo, sempre di vedetta in cerca delle loro prede, mi incantano fin da bambina con il loro volo leggero, sono meravigliose la mattina quando si innalzano sulle correnti dal basso della piccola valle, volteggiando all’altezza dei nostri occhi. Ma la notte, quando mi trovo fuori dalla porta per sistemare qualcosa o mentre stendo il bucato, capita che dal bosco… “uuh” mi giunga appena il canto dell’allocco, allora mi blocco immediatamente come in un fotogramma e tendo bene l’orecchio per riuscire ad ascoltare il seguito. Dimmi, mio adorato allocco, cosa vuoi dirmi? Continua! Se mi arriva in risposta, dall’altra parte, il suo tremolante u-u-uh, tutta la tensione mi si scioglie dentro, mi sento all’improvviso più serena e in pace. E penso che allora, magari un pochino gli manco anche io.

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