Era una notte di luna piena, una di quelle notti così limpide da rischiarare a giorno, con quella luce sua conturbante che ammalia come una sirena.
Mi affacciai alla finestra, tutto taceva. Un silenzio antico, per me inedito, da far battere il cuore. La sensazione di aver fatto un salto indietro di cent’anni si insinuava tra stupore ed emozione, da lasciare senza respiro. Senza respiro. Pure allocchi e civette ne erano incantati e non osavano contraddire quella luce così potente da metterli a tacere, quasi intimoriti. Ci siamo salvati la vita. Così mio marito sulla scelta di lasciare la città e venire qui a vivere. Io lo capii da subito, quel giorno di fine luglio, rimasti soli la sera al termine del trasloco. Da subito. Il profumo dei fiori mi permeava le narici, la civetta offriva il suo benvenuto “tranquilli, ora siete qui, tranquilli siete qui, qui, qui…!”. Non poteva esistere scelta più opportuna, per noi. C’è il bosco qui vicino, l’aria è pulita e la terra è buona. Ma oggi, in pieno isolamento per un male che ha colpito il mondo in tutti i suoi punti deboli, questa nuova realtà sembra provvidenziale, il nostro bisogno di natura è reso più manifesto e forse è questo che vuole mettere a nudo la luna, con quella sua luce che si insinua in ogni venatura dell’anima: la nostra debolezza. L’odore del glicine invadeva l’aria, una dolcezza che assorbivo quasi con paura di rilasciare il respiro; il bucato steso proiettava la sua ombra a terra. Il sole è meraviglioso, ma le ombre della luna piena sono incomparabili. La notte era sempre più fonda, la luna sempre più alta, il bucato sventolava impercettibilmente come un battito di ciglia. Incantata dalla sua ombra, non fissavo più la luna, ma mi concentravo sul silenzio. Non sarà più così, presto o tardi tutto riprenderà come prima, pensai con inquietudine, rendendomi conto della mia fortuna, non desiderando altro da ammirare in quell’istante, se non quel bucato alla luce della luna.

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